CORALLO ROSSO

30,00 25,00

Formato 18×25,5 di pagineXX-272 pagine corredato da numerose immagini – Cartonato con sovracoperta

Versione inglese

Disponibile

ISBN: 9788879475372 Categoria: Tag:

Presentazione di Raffaele La Capria Quando Leonardo Fusco, amico di mio fratello Pelos che già mi aveva raccontato sue imprese sottomarine, è venuto a trovarmi e mi ha chiesto di dare il benvenuto a questo libro, ho risposto con una certa esitazione come faccio sempre in questi casi. Mi è però subito piaciuto l’uomo per la sua innocenza, la sua spontaneità, la passione che metteva in quel che mi diceva, e questa prima impressione mi è stata confermata dopo dalla lettura del suo libro. Man mano che andavo avanti mi sentivo sempre più conquistato dal racconto fino a pensare, in certi momenti, che era avvenuto una specie di miracolo perché il pescatore di corallo si era trasformato in uno scrittore e che lo scrittore era perfino più bravo del pescatore. Sì, ora posso confermarlo: questo è un libro pieno di vita e di inconsapevole poesia, un libro che ci fa assistere non solo allo spettacolo del mare sopra e sotto, nelle sue trasparenze e nelle sue magiche profondità, ma è anche il ritratto di un uomo che sente di avere una missione, che ha trovato nel mare il suo elemento e la sua ragione di vita, il suo lavoro e il suo sostento, il legame che lo unisce ad altri uomini come lui associati nella stessa impresa, l’occasione di affrontare disagi e pericoli anche mortali, e infine l’amore di una donna. Il motivo che ha spinto Fusco a scrivere è stato il desiderio di denunciare al mondo, come un vero e proprio crimine con la Natura, la scomparsa dalle acque del Tirreno del corallo rosso, il più pregiato, quello che si trovava fino a pochi anni fa sulle coste orientali della Sardegna. La scomparsa dovuta alla pesca indiscriminata fatta dalle “coralline” col pesante “ingegno” di ferro che strascicato sul fondo tutto devasta come un bulldozer e seppellisce nel fango è un danno irreparabile. Ormai il crimine è consumato, la pesca con l’“ingegno” non si fa più perché non è più redditizia, ma Leonardo Fusco in questa nuova e più avanzata stagione della sua vita ha avuto come una crisi di coscienza. Se negli passati aveva pescato anche lui (ma con le mani e con il fiato dei suoi polmoni) ora per riparare ha iniziato una campagna per il ripopolamento dei banchi e ha fatto diversi tentativi non tutti fortunati in questa direzione, coinvolgendo studiosi e biologi marini e chiamandoli in suo aiuto. Tutto questo è all’origine, è la motivazione interna del libro. Ma quel che voglio dire è che al di là di queste pur lodevoli intenzioni il libro è bello di per sé, perché vive di vita propria e si legge come un racconto autobiografico che inizia dall’adolescenza quando l’autore usciva per mare la notte con i pescatori alla pesca con la lampara e ne condivideva le fatiche e le antiche abitudini o quando audacemente si immergeva in apnea e passava sotto l’arco da cui arrivava la luce che invadeva la Grotta Azzurra di Palinuro provocandone i riflessi, fino a quando dopo aver navigato dai Caraibi al mar del Giappone, dal Marocco alla Tunisia, sempre alla ricerca del corallo, conclude la sua affascinante avventura e la descrive in questo libro. Al quale auguro molti lettori e molta fortuna. Prefazione Ho sentito come un dovere mettere insieme questa storia, raccontare l’epopea dei pionieri, personaggi protagonisti di grandi imprese i quali hanno saputo escogitare soluzioni tecniche geniali (e azzardi fisiologici) pur di conquistare profondità marine ritenute inaccessibili. Nelle pagine che seguono sono raccontati quaranta anni di una vita dedicata al mare: la mia, di Leonardo Fusco, Capitano di Lungo Corso che ammaliato da una creatura misteriosa, mitica, preziosa ha scelto il piccolo cabotaggio. È una storia suggestiva, di cui sono comprotagonisti coloro i quali hanno vissuto con me una magica “avventura”. Nella mia personalità è presente una componente fantasiosa, che oltrepassa la realtà senza ignorarla, un mondo a parte, nascosto nelle profondità del mare, accessibile soltanto a chi (come me) con il mare ha stabilito un contatto viscerale. Mi propongo anche uno scopo didattico, con questo scritto: vorrei far comprendere ai più giovani il valore delle memorie, degli affetti, dei ricordi. Descrivere quanto ho vissuto a contatto con la natura sommersa, un universo sconosciuto alle persone “comuni”, e perciò sempre denso di misteri, di sogni, di immagini irreali e affascinanti. Ho voluto portarvi nel mio “castello segreto” per farvi vivere le stesse sensazioni. In religioso silenzio, allora, addentrate con me nella magia degli abissi: scoprirete che vivere può diventare un’avventura sempre nuova, ricca di emozioni e ubbidiente soltanto alla voce del cuore. I misteri mi hanno sempre fatto sognare. Sono certo che la passione per le esploratzioni sia sbocciata in me quando cedetti alla magia della Grotta Azzurra di Palinuro, all’età di 18 anni, nel lontano 1949, al tempo in cui il prof. Hans Hass sosteneva che l’essere umano non poteva superare, in apnea, i 15 Mt. di profondità. Io invece mi cimentavo in quell’impresa estrema unicamente per dimostrare a me stesso che ero in grado di compierla. Tra il 1954 e il ‘55, durante due anni di esplorazioni con ARA nel Golfo per conto della Stazione Zoologica dell’Acquario di Napoli, ho provato emozioni nuove e intense al cospetto delle spettacolari visioni di fauna bentonica e ogni volta che quei fondali marini mi facevano dono di una scoperta sensazionale. Le relazioni da me presentate agli enti scientifici dell’epoca, hanno sempre meravigliato i ricercatori che le ricevevano e spesso ho sconvolto le teorie e le consolidate convinzioni sulle quali si fondava la biologia marina prima che l’autorespiratore consentisse l’osservazione diretta delle creature del mondo sommerso nel loro habitat naturale. Un lavoro entusiasmante, quello per la Fondazione Dohrn. Uno strumento per soddisfare la mia fantasia e la mia curiosità. Per questo mi applicavo più di quanto mi veniva richiesto e inoltre potevo contare sull’ abnegazione di tutto il personale di mare che mi assisteva nelle immersioni. Fu un’esperienza che mi consentì in seguito di “programmare” le scoperte che avrei dovuto fare, a cominciare da quella del corallo nobile in qualunque mare si trovasse. Con questo spirito ho vissuto per più di trent’anni: da esploratore, da ricercatore piuttosto che da raccoglitore. Introduzione Negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale il mondo sommerso era quasi sconosciuto al genere umano. Lo ricorda il grande pioniere delle immagini subacquee, Hans Hass, l’uomo che per primo ha svelato i segreti celati «sotto la coltre umida», come egli stesso definisce i fondali marini. Eppure ignorava la compensazione e ha lasciato scritto nel suo libro tra squali e coralli che «mai l’uomo potrà scendere sotto i quindici metri». Per mostrare le sue emozioni al mondo incredulo Hass progettò la prima custodia subacquea per fotocamera, la Rolleimarin, destinata ad alloggiare l’altrettanto famosa Rolleiflex 3.5 F. In quel periodo le tecnologie che consentivano ai subacquei immersioni in piena autonomia erano agli albori e la diffusione della conoscenza del mondo sommerso era affidata alle meravigliose immagini di documentari e riviste illustrate. Grandi documentaristi – su tutti Folco Quilici, Bruno Vailati, lo stesso Cousteau – e altri fotografi di fama mondiale, hanno svelato al mondo dei non subacquei (la maggioranza, quindi) i tesori naturali del sesto continente. Affascinati dalle loro scoperte, essi hanno sentito il dovere di condividere con tutti le sensazioni provate di fronte agli stupendi quadri che la natura aveva posto davanti ai loro occhi capaci di restare spalancati e di vedere con chiarezza sott’acqua. Nel periodo post bellico (mi riferisco alla seconda guerra mondiale, combattuta dal Regno d’Italia dal 10 giugno 1940 al 25 aprile 1945) alcuni sportivi si erano già cimentati in competizioni in apnea. Quando decisero di affrontare da pionieri il passaggio alle immersioni con l’ARA, l’autorespiratore ad aria, avevano già acquisito l’acquaticità e la preparazione atletica necessarie per affrontare l’esplorazione dei fondali. Attrezzature e cognizioni tecnologiche e fisiologiche tali da assicurare immersioni in pieno comfort (come avviene oggi) sarebbero venute di lì a cinquant’anni. E sarebbero state frutto delle sperimentazioni in corpore vili dei pionieri. Come stregati dalle emozioni e dalle sensazioni nuove indotte dall’esplorazione subacquea, costoro erano degli autodidatti, che dovevano industriarsi a costruire e migliorare in casa le attrezzature e i metodi per rendere più sicure e confortevoli le graduali conquiste delle profondità: prima il limite dei 30 metri, poi dei 50 e poi degli 80 Era un terreno ideale, il mondo subacqueo. Come un pianeta alieno. Si cercavano, brancolando, le risposte ai mille quesiti tecnologici e fisiologici che a mano a mano si ponevano. I pionieri erano soli con se stessi più di quanto lo sia un astronauta nello spazio. Soltanto il risultato di una lunga esperienza acquatica e tecnica portò il trio Novelli, Falco e Olgiay alla conquista del record mondiale di immersione con respiratori ARA in libera, stabilito a 132 metri di profondità. E questo due anni dopo che lo spagnolo Eduardo Admetlla, il 30 settembre del 1957, era riuscito per la prima volta al mondo a raggiungere i 100 metri di profondità. Il record italiano, anzi napoletano, commemorato da una targa esposta nel Museo oceanografico di Monaco a Montecarlo, fu il frutto non solo di una lunga preparazione acquatica e sportiva, ma anche della funzionalità dell’erogatore “Explorer”, ideato dal dottor Alberto Novelli e dal tecnico dell’Italsider Piero Buggiani: uno strumento che facilitava molto la respirazione oltre i 50 metri di profondità. *** Quando scoprirono la possibilità di servirsi dell’ARA per scendere in miniera in fondo al mare e sostituire con i propri occhi e le proprie mani la croce brutale dell’“ingegno” nella pesca del corallo, la maggior parte di coloro che si dedicarono a questa attività, potevano scegliere ben altre alternative di lavoro. Il prezioso corallo costituiva però la motivazione ideale per continuare un’esistenza di emozioni, di scoperte, di libertà. Soltanto una solida formazione da atleti dell’acqua e la padronanza delle arti marinaresche, hanno consentito a un gruppo di subacquei, compreso il sottoscritto, di realizzare con l’ARA imprese uniche per quell’epoca. L’eccezionalità delle circostanze era determinata dalla necessità di individuare innanzi tutto i banchi di corallo nobile sulle scogliere della Sardegna, a 80 – 100 m di profondità, quasi sempre a diverse miglia di distanza dalla costa. All’inizio si operò nelle Bocche di Bonifacio, con base a Santa Teresa di Gallura. Chi conosce la perigliosità di quel mare può ben comprendere che, oltre alla preparazione tecnica e sportiva, per affrontare quelle profondità era indispensabile una consolidata esperienza marinaresca. Si lavorava in alto mare, lontani da punti precisi di riferimento, Loran e G.P.S. non esistevano. Bisognava immergersi “in libera”, cioè senza nessun sistema di collegamento con l’imbarcazione, spostarsi spesso per lunghi tratti sul fondale durante la risalita e avere la certezza di essere individuati dall’imbarcazione, dalla quale si doveva ricevere vitale assistenza, per la dovuta, lunga decompressione. Questa operazione, di per sé complessa e rischiosa, diventava estrema per la capricciosità dei venti e delle correnti. Dalla barca si poteva solo seguire l’andamento dell’immersione, con difficoltà, soltanto tenendo sotto attenta osservazione le bolle d’aria che esplodevano in superficie. Furono pertanto escogitati sistemi che garantissero la massima sicurezza e assistenza, ben diversi da quelli messi in atto nei bassi fondali e sottocosta. In quelle condizioni era assurdo che l’imbarcazione desse assistenza a più di un subacqueo, perciò si è sempre evitato di immergersi in coppia. Si é sperimentato invece che il partner, bene addestrato, poteva dare una migliore e più efficiente assistenza dalla superficie, specie nell’eventualità di un’emergenza. Sin dall’inizio io stesso ideai un sacchetto impermeabile di tela gommata, collegato a una sagoletta e a un rocchetto metallico raccoglitore. In risalita, giunto a 30 metri di profondità, gonfiavo il sacchetto per mezzo dell’erogatore di riserva. Giungendo in superficie, esso indicava la mia posizione, all’estremità sommersa della sagoletta. Questa e altre prevenzioni facevano parte della mia “sicurezza da corallaro”, tra le quali una camera monoposto Galeazzi, che per circa quindici anni è stata l’unico riferimento per le emergenze subacquee in tutta la Sardegna. Questa strada da corallari, aperta con passione e perseveranza da un gruppo ristretto di subacquei pionieri, ne ha sedotto molti altri che erano giunti al corallo attratti più dalle prospettive economiche che dalla ricerca di emozioni. In quegli anni si verificarono molti incidenti mortali o invalidanti, provocati dal superamento di limiti evidentemente invalicabili, dall’andare oltre in imprese che già erano “no limits”; ma soprattutto gli incidenti ci furono per la mancata disponibilità di attrezzature di soccorso. Quegli eventi tristi sono stati di monito e di stimolo a promuovere l’adozione da parte dei subacquei di metodiche e attrezzature alternative, capaci di rendere di massima sicurezza le immersioni profonde oltre i 100 in libera, in “Open Sea”. Già negli anni ‘70, i prototipi di quelle attrezzature, di quelle metodologie e sistemi, furono da me sperimentati in collaborazione con la Dräger AG di Lubecca, in Germania, una delle più antiche aziende del mondo produttrici di strumenti per l’immersione subacquea. Con quegli apparecchi, con quegli strumenti, si potevano finalmente affrontare con buona sicurezza e relativa comodità le immersioni subacquee che, come per il corallo, possono essere effettuate soltanto “in libera”. Sono pochi i sopravvissuti di quell’epopea. Di due di questi dirò in un capitolo a loro dedicato. E soltanto essi possono essere testimoni veritieri di come si presentavano all’origine i famosi banchi di corallo nobile delle coste sarde. E del fascino straordinario dalle foreste rosse che la profondità tinge di viola cupo e oscuro. Erano particolari e spettacolari quegli habitat, rigogliosi di vita, luoghi rari, prescelti dal Corallium rubrum che, unicamente in quei mari, sviluppava le sue massime qualità di grande pregio e valore. Oggi, se anche si mandassero mille robot a esplorare quelle stesse scogliere se ne ricaverebbe una visione di squallore e di morte: un monumento orrendo all’ingordigia e all’ignoranza umane. Soltanto un confronto con immagini registrate cinquant’anni fa permette di comprendere appieno la gravità della situazione: non c’è più niente da salvare, l’estinzione del Corallium rubrum delle coste sarde è irreversibile. Ho preferito mostrare al mondo questa cruda realtà raccontando avventure di mare, piuttosto che ricorrere a un’arida esposizione di cifre e di dati. Perché la narrativa comunica suscitando emozioni; e pone in grande risalto la tristezza e la desolazione della realtà storica. Che impedisce ad altri di ripercorrere con nuove imprese il cammino tracciato dai pionieri. INDICE Prefazione Introduzione Parte prima L’adolescenza e il fascino del mare Le radici dell’arcobaleno L’antica farmacia Il presagio dell’infanzia I pionieri La scoperta del mare Luci e Lampàre Parte seconda La passione per l’esplorazione agli albori della subacquea Incontri a Napoli Il corallo entra in scena Magia del golfo Da Napoli ad Alghero Ritorno in Sardegna L’Argentario, Montecristo, Montalto di Castro Santa Teresa e prime ricerche dei sistemi di sicurezza L’ebbrezza di profondità I Nomadi del Mediterraneo. Il rapporto con i pescatori ponzesi Parte terza Anni 60 strategie e ricerche costose per giungere alla sicurezza delle immersioni profonde in autonomia libera. Presa di coscienza della realtà del Corallo nobile in Sardegna Futurologia delle immersioni Hans Hass lancia l’allarme Speranze e delusioni Sirena del mare Dal “sango” al “muragian” Giappone e Tunisia La Galite Fine del rapporto con il mare Attualità uno: i piloti Attualità due: alter ego Un tributo alla Sardegna Ingegno o R.O.V. per me pari sono I tre veterani e conclusioni Postfazione del Prof. Francesco Cinelli Corallo

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